GENERE E INTERCULTURA

12829431_10208740141564637_2729362389306295157_oNodi da districare. Nuove prospettive femministe.
Una proposta di ricerca della Rete 13 febbraio di Pistoia

Rispettare le culture altre significa accettarle acriticamente?  La tolleranza laica nei confronti delle religioni comporta anche tollerare l’oppressione femminile giustificata da dogmi religiosi?  E l’unica alternativa alla tolleranza acritica sarebbe forse il famoso “scontro di civiltà”, basato sulla convinzione che le culture e le religioni siano essenze perenni e immutabili?  L’approccio multiculturalista adottato in alcuni paesi di arrivo delle migrazioni favorisce la nascita e la permanenza di isole sociali chiuse in cui le donne immigrate vengono oppresse e maltrattate?  Esso contribuisce a marginalizzare le voci laiche e democratiche provenienti dal mondo islamico e da altrove?  La critica femminista contro il dominio patriarcale presente nelle comunità immigrate e nei paesi di partenza dell’immigrazione ci conduce senza scampo a una nuova forma di razzismo?  L’istanza femminista dell’autodeterminazione femminile su scala globale equivale a una pretesa neo-colonizzatrice di stampo liberista?  Pretendiamo che gli altri siano liberi a modo nostro?  Come decostruire gli arroccamenti identitari – nazionali, culturali, religiosi, di genere?  Come si coniuga l’universalismo dei diritti e delle aspirazioni umane con le specificità culturali locali?

Domande come queste si affollano nella nostra riflessione e chiedono risposte, dunque la Rete 13 febbraio decide di promuovere un percorso di ricerca che indaghi le nuove e le vecchie forme del dominio patriarcale nel contesto delle migrazioni globali; un percorso che contribuisca a costruire nuove prospettive di politica femminista, all’altezza delle sfide contemporanee.

Dopo le violenze di Capodanno a Colonia e in altre città d’Europa, abbiamo dovuto sopportare lo spettacolo ridicolo e fastidioso offerto da personaggi che, mentre giustificano e perpetuano una mentalità maschilista e retriva, si ergono a difensori delle libertà conquistate dalle donne in Europa, «le nostre donne». Ma “nostro”, “noi”, chi? – viene da chiedersi – e “loro” chi sarebbero? Le stesse persone che nelle scuole mettono in atto una reazione furibonda contro l’educazione alle differenze, la critica ai ruoli sessuali stereotipati, la laicità della scuola pubblica, pretendono di dare lezioni di democrazia e apertura mentale agli immigrati di religione musulmana. La destra bigotta e reazionaria, che con ogni mezzo si oppone al riconoscimento delle unioni civili, si presenta come difensora delle libertà individuali, le quali notoriamente si sviluppano nella storia di pari passo con i processi di laicizzazione delle società. Non funziona. Decisamente no.

È dunque necessario sgombrare il campo dalle narrazioni tossiche che ci vogliono tutte e tutti – “noi” gli occidentali civili e “loro” i barbari – irreggimentati e appiattiti nelle appartenenze false e nelle identità forzate. Praticare la differenza come metodo del pensiero e dell’azione politica significa respingere tutte le false generalizzazioni. Pensare per differenze significa osservare attentamente le differenze che attraversano le società e apprezzare i conflitti vitali che le agitano. Così dunque per noi della Rete 13 febbraio è prioritario e vitale confrontarci con le culture laiche e democratiche provenienti dai paesi a maggioranza musulmana e anche da altri paesi e culture. Perché se è vero che il patriarcato con la sua violenza è presente in tutte le culture, a partire dalla nostra liberale e cristiana, è altrettanto vero che sotto ogni cielo e in ogni forma esso viene messo in discussione da donne che lottano per espandere i loro spazi di libertà.

Detto altrimenti: la diversità della condizione femminile nei vari paesi non è dovuta all’essenza più o meno benevola oppure più o meno totalitaria e oppressiva delle diverse mentalità e culture, ma alle conquiste di libertà che le donne hanno potuto imporre nei diversi contesti. Le loro libertà le donne le devono solo a se stesse: su questa strada è necessario procedere.

RELATRICI:
Serena Fiorletta, antropologa culturale, specializzata in migrazioni e questioni di genere da una prospettiva di studi postcoloniali
http://www.iaphitalia.org/author/serena-fiorletta/
Alessandra Chiricosta, filosofa, storica delle religioni specializzata in culture del Sudest asiatico continentale dell’Asia Orientale.
http://www.iaphitalia.org/author/alessandra-chiricosta/

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Ogni nome Una vita

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Ashley, Rosa, Annamaria, Anna, Lidia, Nadia, Nelly, Beata, Rached, Bonaria, Marinella, Carla: queste le donne vittime della violenza di genere dal 1°gennaio ad oggi. Forse queste donne giravano armate per le vie delle nostre città, minacciando la vita di qualcuno e sono cadute in un conflitto a fuoco? Forse hanno scelto di immolarsi per qualche insana causa, rinunciando alla loro vita, ai loro affetti, al loro futuro?

No.

Queste donne sono state uccise in quanto donne e in quanto donne che hanno sperato e poi deciso di uscire da una relazione pericolosa, riprendendosi in mano la loro vita, in autonomia. Ma al nostro genere non è ancora riconosciuta la libertà, spesso assai sofferta, di chiudere un rapporto, restituendo a ciascuno-a la possibilità di ricostruirsi una vita che sia basata sull’amore nella coppia e con il figli.

In una società dove dell’individualismo si è fatta quasi una nuova religione, c’è una libertà non prevista e quindi inquietante e minacciosa, quella femminile, che scardina i ruoli e non fa trovare le donne là dove ci aspetteremmo che fossero.

Da anni, da decenni, continuiamo a ripetere che gli uomini che uccidono le donne non sono mostri, nè innamorati pazzi, né extraterrestri, né stranieri a noi ma vivono fra noi, nelle nostre case, portatori di un’idea proprietaria del corpo femminile, del corpo delle “loro” donne che però talvolta hanno la colpa di voler decidere. Abbiamo purtroppo verificato che neppure leggi più dure sono riuscite a rendere meno pericolosa la nostra vita; neppure le denunce delle donne le hanno spesso salvate, se è vero che nel 2013 ben il 51% delle donne future vittime di omicidi aveva segnalato o denunciato alle Istituzioni le violenze subite.

Dunque c’è una responsabilità collettiva, culturale di cui, oltre alle donne che, per salvarsi, dovrebbero imparare a leggere in tempo i segnali della violenza, dovrebbero farsi carico soprattutto gli uomini, mettendo in discussione un’idea di relazioni private, così come pubbliche e sociali, basate sulla forza. Sono decenni che li chiamiamo a questo grande compito di civiltà, in modo da creare società in cui chi rompe questo patto sociale di rispetto dei generi trovi non indifferenza, non un momentaneo rifiuto ben presto dimenticato ma una sanzione non solo penale ma che lo faccia sentire fuori dalla comunità e dal tempo in cui vive.

E’ troppo sperare questo?

​E’ troppo chiedere alle Autorità competenti in ogni territorio di ascoltare con attenzione le donne che denunciano molestie e violenze, garantendone anche la sicurezza? ​

E’ troppo chiedere anche alla​ politica che svolga il suo ruolo nella costruzione di una società dove le donne, oltre a condividere con gli uomini tutte le precarietà del mondo attuale, non debbano anche vivere come un incubo i luoghi della loro intimità?

Rete 13 febbraio Pistoia

 

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25 novembre

piazza-del-duomo

Come Donne della Rete 13 Febbraio Pistoia abbiamo fatto sì che la città si svegliasse oggi 25 novembre con una serie di striscioni sparsi in vari punti delle strade pistoiesi 

Col pretesto della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, vogliamo così ricordare che questo tema è sempre attuale.
La violenza di genere riguarda tutti e tutte. I casi di femminicidio, di stupro e di violenza non tendono a diminuire e sono la punta di un iceberg che riguarda la nostra cultura, tanto difficile da far emergere, denunciare e cambiare.
Noi pensiamo però che una cultura violenta, che pensa le donne come oggetti o, nella migliore delle ipotesi, come soggetti deboli da proteggere, abbia bisogno di essere trasformata dalla base. Una educazione all’affettività, alla differenza, alla parità di diritti e possibilità, il profondo lavoro sugli stereotipi di genere, a partire dalla prima infanzia ad esempio è, secondo noi, uno dei passi fondamentali.
Continueremo a lavorare con questi obiettivi finché una giornata contro la violenza sulle donne non sarà più necessaria.

 

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CONFERENZA MONDIALE DELLE DONNE PECHINO 20 ANNI DOPO

TAVOLO DONNE E SPORT
RELATRICE: Antonella Cotti

Lo sport è un diritto che si acquisisce dalla nascita, appartiene a tutti gli esseri umani; ci dice Anita De Frantzmembro del comitato olimpico internazionale

In Italia le donne che praticano attività fisico motoria sono il 24%, gli uomini il 37%, madai 45 ai 54 anni questa forbice si assottiglia; la percentuale delle tesserate donne è del 24% e dei tesserati uomini del 76%.

Già da questi dati si comprende come la presenza femminile nel mondo dello sport,fortemente connotato al maschile,rappresenti ancora un gap.

Così come è ancora grave la disparità nella presenza delle donne in ruoli, posizioni di vertice e leadership all’interno di enti federazioni e società sportive.

Attualmente, dice UISP, il 17% dei dirigenti del COMITATO OLIMPICO INTERNAZIONALE sono donne, la media percentuale di presenza femminile nella direzione di 70 federazioni sportive internazionali, è meno del 10%; di queste federazioni il

29% non ha neanche una donna nell’esecutivo, sono solo 5 le federazioni che hanno una presidente donna.

Lo sport muove un giro di affari di oltre 2 miliardi l’anno e si capisce da queste cifre il potere che c’è dietro e sopratutto come, chi lo detiene, lo tenga bene stretto.

La Carta Europea dei diritti delle donne nello sport del 1985 è rimasta inascoltata e disattesa.

Sembrano passati secoli quando Pier De Coubertin nel 1896, pensò i giochi olimpici solo in funzione di competizioni maschili affidandoalla figura maschile solo il ruolo di portatrice della corona del vincitore, sarà solo nel 1900 la prima Olimpiade aperta alle donne ; l’ Italia manda la sua prima atleta ad Anversa nel 1920, la tennista Rosetta Gagliardi.

Tra il 1980 e il 2010 si è passati fortunatamente da una presenza femminile ai giochi del 15% ,a quasi il 50%, tant’è che nel 2003 c’è stato, come ricordava il famoso giornalista Candido Cannavò, un sorpasso di qualità delle donne nello sport, sorpasso che non si è verificato in altro settore.

Mi piacerebbe raccontare e sopratutto che fosse raccontata alle giovani generazioni, la storia sportiva delle tante donne pioniere di diverse discipline, sconosciute ai più e che hanno lottato contro pregiudizi, difficoltà, ambiente sfavorevole per seguire la loro vocazione.

Penso alla prima ciclista, Alfonsina Strada che negli anni 20 si confrontava con i ciclisti uomini anche al giro d’Italia; alla prima motociclista donna, Vittorina Sambri, osteggiata perchè osava gareggiare nei velodromi con gli uomini; o alla prima pioniera dell’alpinismo femminile, Mary Gennaro Varale.

Ma oggi le donne subiscono ancora disuguaglianze e discriminazioni, i media infatti, non danno visibilità alle competizioni femminili, oscurandone così la crescita della partecipazione e dell’incoraggiamento; dalle discipline più frequentate (il calcio) a quelle meno rappresentate e conosciute (il chilometro lanciato), le donne lottano per farsi riconoscere stentano a trovare sponsor, non vengono prese in considerazione, le televisioni e le cronache ne parlano solo quando ottengono risultati a livello internazionale o mondiale; è recente la vittoria delle due tenniste italiane Pennetta e Vinci la cui finale non è stata trasmessa dalla TV di stato ed il quasi assoluto silenzio sui campionati mondiali di calcio femminile; delle nostre nazionali femminili di calcio rugby, pallavolo non si parla mai se non quando affrontano competizioni internazionali.

Ma c’è un altro profondo discrimine: nessuna donna che pratica sport a livello agonistico è infatti considerata professionista a causa di una legge datata 1981 n° 91, che di fatto impedisce loro di diventare atlete di professione e quindi vedersi riconosciuti diritti e tutele spettanti. C’è poi un altro aspetto, non meno importante che determina disuguaglianze verso quelle donne che praticano sport “da maschi” ; ed allora….cos’è da maschio e cos’è da femmina e sopratutto chi lo decide? Certo non quel moralismo bigotto né quegli stereotipi culturali ancora molto presenti e penso alle esternazioni inaccettabili di Belloli, o aluoghi comuni che fanno dire che una donna se fa calcio è sicuramente lesbica ed un uomo che fa danza è sicuramente gay.

Oggi ci sono tante sportive che ogni giorno lottano contro stereotipi; l’Italia è il paese dei luoghi comuni che sopratutto quando riguardano le donne sono più duri a morire; sono tante le donne che affrontano a testa alta lo squadrone dei tabù. Penso a Martina Rosucci N° 10 della nazionale di calcio, alfiera di una generazione che , palla al piede e testa alta, sogna di lasciarsi alle spalle quelle tonnellate di pregiudizi che zavorrano le ragazze in pantaloncini e parastinchi; penso a Michela Cerruti che con forza di volontà, fegato e passione si mette al volante contro gli uomini;penso a Dorothea Wierer che con sci ai piedi e fucile a tracolla ha conquistato la medaglia di bronzo a Sochi nel Biathlon; penso a Marzia Davide prima donna tesserata pugile; penso a Petra Zublasing che nel tiro a segno con carabina ha fatto il record del mondo migliore di quello maschile; penso a Valentina Greggio che toccando i 202,576 kmh in discesa lanciata, percorre 20 km scendendo sotto il muro dell’ 1,27 ;penso Sara Cardin, karatecha che ha vinto nel 2014 l’oro nel mondiale di Karaté.

Sono tutte sportive che hanno sfidato quei limiti che invece, a noi donne hanno insegnato ad accettare come destino naturale.

E per ultimo, prima di giungere alle proposte concrete, vorrei accennare stigmatizzandolo, al binomio bellezza salute, noi riteniamo essere dannoso affermare che a un determinato stato di salute corrisponda un certo aspetto; quando oggi un adolescente si accosta al mondo del fitness, si scontra sempre con icone perfette e bellissime cui dover assomigliare,si innesca però la solita pressione sull’aspetto fisico sull’immagine di corpi conformi a canoni di perfezione irraggiungibili.

Studi scientifici affermano come una serie di pudori e paure legate al dover mostrare il proprio corpo “imperfetto” rispetto ai canoni, siano la causa di un abbandono precoce delle donne al fare sport; è dimostrato ancora che esiste un senso di depressione per non ritenersi all’altezza di un ideale estetico imposto.

Servono dunque politiche sociali volte ad incoraggiare e favorire la partecipazione delle donne alle attività fisico sportive per dimostrare che il giudizio è una barriera che può essere superata, politiche che educhino, sia alla scelta consapevole e responsabile del proprio percorso sportivo da intraprendere sia al rifiuto di essere come gli altri ci vogliono.

Ed ora chiediamo con forza e determinazione:

  •  inserimento negli Organigramma delle federazioni sportive nazionali (compresa FIGC di donne ) con incarichi dirigenziali strategici sopratutto nel settore giovanile scolastico, settore dove deve essere obbligatoria la figura del/della laureato/a in SCIENZE MOTORIE.
  • Il CONI deve occuparsi solo della formazione di tecnici professionisti e delle manifestazioni sportive.
  •  Modifica della legge 23 marzo 1981 N° 91 per la quale in Italia nessuna disciplina sportiva femminile è qualificata come professionistica, con ricadute in termini di assenza di tutele sanitarie, assicurative previdenziali, nonché trattamenti salariali adeguati all’attività svolta.
  •  Sia nella lega Nazionale Dilettanti che nei Professionisti dovrebbe essere obbligatoria la sezione femminile per tutte le società iscritte, sezioni femminili a partire dai settori giovanili fino ad arrivare alle prime squadre.
  • Abolizione del trasferimento del contributo annuale destinato dallo stato,attraverso il M.E.F al CONI (l’anno 2014 407milioni di euro più la quota PREU derivante dai giochi pubblici di 7 milioni e 400mila euro ) e destinare queste somme,attraverso il Ministero dello Sport, alla promozione dello sport nella scuola pubblica ed all’assunzione di laureati in scienze motorie con cattedre definitive e non come avviene ora, a progetto in collaborazione con il CONI.
  •  Campagne di sensibilizzazione e promozione della pratica sportiva femminile in tutti gli sport creazione di squadre femminili in tutte le società sportive di qualsiasi disciplina.
  • Destinare incentivi economici a campagne di promozione delle pratiche sportive non sessiste ma a misura di donna,quale strumento di inclusione invece che di esclusione.
  •  Il ministero dello sport e delle pari opportunità deve essere indipendente e non una delega
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Perché non ho denunciato

copertina-fb
Oggi è il Demin Day, la gior­nata isti­tuita 15 anni fa dall’associazione “Peace Over Vio­lence” in rispo­sta alla sen­tenza della Cas­sa­zione che in Ita­lia assolse un uomo dallo stu­pro di una ragazza per­ché indos­sava un paio di jeans. E in que­sta gior­nata lan­ciamo la sfida di pub­bli­care arti­coli con lo stesso titolo: “Per­ché non ho denun­ciato” e comin­ciamo facen­dolo in prima per­sona sui blog del “Fatto”, “Il Mani­fe­sto” e del “Cor­riere”. L’iniziativa è pro­mossa da un gruppo di gior­na­li­ste (Luisa Pron­zato, Nadia Somma, Luisa Betti) che invi­tano tutte le altre, gior­na­li­ste e blog­ger, a fare pro­prio il titolo e l’immagine. E invita tutte le altre donne a rac­con­tarsi rispon­dendo a “Per­ché non ho denun­ciato”?


Hanno già ade­rito all’iniziativa
Anar­kikka (che rin­gra­ziamo per aver dise­gnato l’immagine di oggi)
“Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo
“Lip­pe­ra­tura” di Lore­dana Lip­pe­rini
Gen­der, genere, genre… ma non solodi Rita Ben­ci­venga
Vita da stre­ghe” di  Gior­gia Vez­zoli
Non lo fac­cio più” di Cri­stina Obber
Bettirossa, * donne per diritti .

 #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato
#denimDay

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Dialoghi sull’uomo. Le case dell’uomo. (che la donna tacitamente pulisce!)

puliamo le case degli uomini

I Dialoghi sull’Uomo sono alla loro sesta edizione. I programmi e i relatori di queste sei edizioni sono stati il segnale più tangibile e manifesto della discriminazione, nella progettazione dei grandi eventi, del pensiero femminile, con l’esclusione quasi totale di pensatrici, studiose, artiste donne.

La rete 13 Febbraio Pistoia (sostenuta e supportata da molte organizzazioni nazionali, da scrittrici, blogger e giornaliste più e meno famose), negli anni, ha sempre sottolineato questa mancanza inaccettabile, questo assordante silenzio, questa esclusione di fatto*.

Nell’edizione di quest’anno, su 23 invitati 20 sono uomini, 3 sono donne: Marida Talamona – che terrà un incontro sull’architetto Le Courbusier, Sara Boffito – che affiancherà lo psicoanalista Giuseppe Civitarese nel suo intervento e infine Paola Jacobbi – che introdurrà i due film (di due registi uomini) presenti in programma.

Non ci sentiamo sconfortate ma, a questo punto, diremmo quasi divertite!

Non si tratta di rivendicare, come ci è stato rimproverato in maniera superficiale più volte, le quote rosa nella cultura. Ci sembra, piuttosto, di dovere constatare, nuovamente, un paradosso, una provocazione. Come se l’organizzazione avesse oramai deciso di arroccarsi in quel maschilismo paternalistico che aggressivamente ritorna, ma oramai sotto le sembianze di un fantasma ridicolo.

Allora noi, decidiamo di arrenderci, e lo facciamo col sorriso. Il sorriso di chi sa di essere in tante e in tanti, di chi sa che la cultura la fanno anche le donne seppure, a volte, nascoste, rimosse da chi sceglie di non volerle vedere, il sorriso di chi legge alcuni titoli** della ristretta rappresentanza femminile e serenamente lascia che i dialoghi sull’uomo restino i dialoghi de e tra gli uomini!

*

**

  • Pazze per le borse. Perchè alle donne non bastano le tasche
  • Voglio quelle scarpe. La più grande ossessione femminile
  • Sotto i tre carati non è vero amore. Storie di gioielli, i migliori amici delle donne
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Il principino scende da cavallo. Stereotipi di genere e bullismo omofobico nell’educazione

principino scende da cavallo

 

Tra le molte iniziative della settimana contro l’omofobia, curata a Pistoia da Arcigay Pistoia, La Rete 13 Febbraio Pistoia, propone una serata di riflessione sugli stereotipi di genere e il bullismo omofobico nell’educazione.

A partire dal libro “Il principino scende da cavallo” (Giralangolo edizioni, 2015), l’autrice Irene Biemmi – Docente presso la Facoltà di Scienza della Formazione de l’Università di Firenze – e Pina Caporaso – Docente della scuola primaria e Sociologa, affronteranno le problematiche di una educazione che deve lavorare sullo scardinamento degli stereotipi e tutelare da ogni forma di bullismo di genere

Introducono la serata Claudio D’Antonio (consigliere Arcigay Pistoia e responsabile formazione) e Alice Trippi (Rete 13 Febbraio)

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