10 anni. Il nostro futuro dipende dalle bambine di questa età

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Il 12 novembre alle ore 16.00 presso ex magazzini del sale in Piazza del Duomo a Pistoia ,Rete 13 febbraio e Pistoia città di genere insieme a AIDOS (associazione italiana donne per lo sviluppo) presenteranno il Rapporto  sullo stato della popolazione nel mondo 2016  sul ruolo chiave di ragazze e bambine nella realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Quando una bambina compie 10 anni il suo mondo cambia. La vita la spinge in tante direzioni, quale strada prenderà dipende dal supporto che riceverà e dalla possibilità di scegliere il proprio futuro. In alcuni posti del mondo, una bambina ha infinite possibilità davanti a sé e inizia a fare scelte importanti per quando sarà adulta. Ma in altre parti del mondo l’orizzonte si restringe. All’ingresso nella pubertà, una combinazione di fattori e discriminazioni possono ostacolare il suo cammino.

Il nuovo rapporto UNFPA ci fornisce dati aggiornati e uno sguardo sulla vita di dieci bambine di diversa provenienza, sulle loro speranze, i loro sogni, la loro idea di un mondo differente.

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Non una di meno

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Lamia Chriqi

10574438_1433417403612747_7785745245338186330_nLamia Chriqi aveva 28 anni. Viveva a Sammommè, una frazione sulle colline di Pistoia, insieme al marito. Era arrivata in Italia da una zona rurale del Marocco sei anni fa. Siamo state sconvolte – come tutte, come tutti – quando abbiamo saputo di questa donna morta bruciata dentro la sua casa e non accidentalmente, ma dalle fiamme appiccate da un ragazzo di cui sia lei che il marito si erano presi cura, e che era ospite della struttura di accoglienza dei richiedenti asilo lì di fronte a casa sua. Lamia era stata accolta ed aveva accolto a sua volta, senza paura e senza pregiudizi. 

Come molte donne marocchine che vivono a Pistoia, appena arrivata aveva frequentato una scuola di italiano. Che fosse molto integrata nella piccola comunità, che avesse ottimi rapporti con le persone con cui lavorava e con il vicinato, che fosse solare, che ricordasse gli auguri per le ricorrenze di calendari di altre religioni, che fosse una donna capace di affrontare un progetto migratorio mettendosi in gioco e vincendo le paure possiamo facilmente dedurlo dalle cronache che i giornali ci hanno restituito, intervistando persone a lei vicine e care. Ciò che invece condividiamo con profondo rispetto e con grande commozione – perché ce la fa sentire vicina e simile –  è il racconto che Lamia aveva fatto nel corso di italiano del suo luogo d’origine in Marocco, al quale ogni anno tornava, in una fattoria dove la sua passione era specialmente una cavalla. La libertà per Lamia era andarsene al galoppo tra le montagne, ed è così che la ricordiamo perché rimanga nelle nostre memorie a ricordarci che il desiderio è universale pur declinandosi secondo la storia e le esperienze di ognuna di noi. La violenza contro le donne è talmente diffusa, trasversale, presente che c’è bisogno di sentirci più simili che diverse, forse. Di capire che la complessità del tempo in cui viviamo può condurre alla brutalità dettata dal rifiuto e dall’ingratitudine specialmente verso il genere femminile. Però Lamia aveva voglia di vivere e di confrontarsi con la vita ed è forse questo il segno migliore che ci lascia, continuare anche in suo nome ad essere donne libere e consapevoli. 

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Non abbiamo criticato l’arte di Riccardo Mannelli.

untitled-bLo seguiamo da quando eravamo ragazze e disegnava per Cuore. La passione sfama ci piace e, titolo a parte, pensiamo che possa ispirare un’idea di sesso gioioso e giocoso del tutto condivisibile.

Premesso questo, utilizzarla per pubblicizzare la stagione teatrale è fuori luogo. L’immagine è del tutto avulsa dal contesto e quindi privata del suo valore originario.
Ci turba la risposta del presidente dell’ATP alle osservazioni che abbiamo mosso.

Lui sostiene che l’opera sia stata commissionata appositamente per il manifesto della stagione teatrale del Manzoni (sarà vero?) e a questo proposito cita due opere in cartellone, Le baccanti di Euripide e Fedra di Seneca.
In realtà il signor Sacchettini avrebbe potuto chiedere al maestro Mannelli di intitolare la sua opera Fedra e allora una qualche attinenza con il contesto l’avrebbe avuta, dopotutto Fedra si offre a Ippolito (non con tutta questa allegria, ma pazienza). In questo caso però, leviamo quel pane inutilmente allusivo e affrontiamo il desiderio e la nudità di Fedra con onestà.
Sarebbe stata possibile anche un’altra opzione, quella che preferisco: intitolarlo La Baccante e al posto del pane porgere al pubblico la testa tagliata di Penteo. Perfetto! Davanti a un’immagine del genere, potente e dionisiaca, pienamente aderente non solo alla tragedia in programma ma anche alle origini classiche del teatro stesso, non avremmo avuto nulla da contestare.

L’impressione invece è che il colloquio per gettare le basi creative di quest’opera sia stato ben lontano dalle opere teatrali in cartellone e dall’idea stessa di teatro, sembra quasi che in realtà il signor Sacchettini si sia ritrovato a scegliere tra qualche immagine già pronta e abbia, molto semplicemente, seguito il proprio gusto personale.
E comunque, è vero che ci sono personaggi femminili forti nelle opere in cartellone, ma ci sono anche Riccardo III e Giulio Cesare: perché non la offrono loro la pagnotta al pubblico? Mannelli è bravissimo anche con i nudi maschili!

Inoltre, con la sua risposta il signor Sacchettini ha dimostrato di non aver letto interamente la lettera mandata dalla Rete13febbraio, altrimenti vi avrebbe trovato l’apprezzamento motivato e circostanziato per il maestro Mannelli e avrebbe potuto concentrarsi in un commento nel merito alle questioni sollevate che nulla hanno a che fare con il nudo in sé. Questo modo di relazionarsi ce lo aspettiamo da qualche commentatore sprovveduto che si limita a leggere i titoli degli articoli, non dal presidente dell’Associazione Teatrale Pistoiese. E visti i commenti immediati e polemici che si stanno diffondendo sui social vorremmo una risposta anche dal Comune, quello stesso comune che ha aderito da tempo alla campagna dell’Udi che prendeva impulso dal Parlamento europeo che, tramite la risoluzione n. 2038 del 3 settembre 2008, ha evidenziato come la pubblicità contribuisca ad alimentare e a consolidare gli stereotipi di genere, determinando un impatto negativo sulla parità tra i sessi e come la percezione del corpo femminile in quanto oggetto da “possedere” possa incentivare i comportamenti violenti.

Annamaria Testa, in occasione della fallimentare campagna mediatica per il fertility day promossa dal ministero della salute, ha scritto che “a decidere della qualità di una campagna di comunicazione è il raggiungimento degli obiettivi che questa si pone”.
Se l’obiettivo nello scegliere quell’immagine era di attirare l’attenzione della città, direi che è stato raggiunto; se era quello di aumentare il numero di abbonamenti, non sappiamo se sarà riuscito ma certamente non diminuiranno: nessuno si priverà del piacere di andare a teatro solo perché non ha gradito il manifesto.
Se invece, avendo a disposizione un artista come Riccardo Mannelli, si voleva offrire all’immaginario collettivo un’opera d’arte che evocasse immediatamente il piacere e il nutrimento offerti da una rappresentazione teatrale, ebbene in questo avete fallito. In nessun modo e in nessun caso, neanche con i più arditi voli pindarici, quella splendida donna ricorderà mai una passione diversa da quella erotica. E ripetiamo, ben venga l’erotismo ma non mascheriamolo con altri intenti.

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Lettera di interrogazione in merito al manifesto della stagione teatrale 2016/2017

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alla spettabile attenzione

dell’Associazione Teatrale Pistoiese

del Teatro Manzoni

del Sindaco e della Giunta Comunale di Pistoia

dell’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Pistoia
Da alcuni giorni è partita la promozione della stagione teatrale 2016/17 del Teatro Manzoni, sui cui manifesti e brochure spicca una imponente e generosa figura femminile: è una delle opere di Riccardo Mannelli, disegnatore, vignettista e pittore pistoiese di grande fama e riteniamo giusto voler rendere omaggio e valorizzare tra i tanti artisti un nostro concittadino.
“La passione sfama” è il titolo di quest’opera. Riccardo Mannelli è un grande artista rappresentante del realismo contemporaneo. È stato più volte definito “poeta del vero” poiché nei suoi ritratti i corpi femminili e maschili sono colti nella loro cruda verità. Non mancano rughe, pieghe della pelle, tatuaggi, nei, calvizie, muscoli tonici o al contrario rilassati e cadenti, corpi colti in pose quotidiane e realistiche ben lontane dalle pose di attori e attrice a cui siamo abituati ormai dappertutto e che riempiono l’immaginario collettivo. Anche la donna raffigurata in “La passione sfama” contiene quelle imperfezioni, quei segni di espressione e quella scompostezza nella posa che la rende così reale da sembrare vera.
 
Non siamo quindi a discutere l’opera del maestro Mannelli, né le intenzioni comunicative dell’artista.
Ci interroghiamo sull’opportunità di scegliere proprio quest’opera, allontanandola dal suo contesto più adeguato, per trasportarla su un manifesto e su una brochure finalizzati alla pubblicizzazione di una stagione teatrale e, quindi, alla vendita di un prodotto culturale.
Di questa figura non può non colpire quella pagnotta posta a coprire proprio gli organi genitali della donna, anzi è la prima cosa che si nota. L’accostamento “sesso e cibo” oppure “sesso e guadagno” oppure “sesso e pagnotta” con cui sopravvivere e avere il pane quotidiano non ci sembra una grande novità e anzi richiama una mercificazione del corpo femminile e della sessualità.
Probabilmente (ma non lo sappiamo) tutto questo non è nelle intenzioni dell’artista e nemmeno nelle vostre, ma questa è l’impressione che il manifesto comunica.
 
Come gruppo di donne e cittadine pistoiesi siamo sempre molto attente all’uso dell’immagine femminile, soprattutto se usata per manifesti o prodotti di vendita. E’ infatti riconosciuto il collegamento tra violenza sulle donne e stereotipi di genere, così come tra violenza e mercificazione del corpo femminile che la pubblicità propone continuamente. Le immagini infatti non restano solo immagini, ma si sedimentano in un immaginario collettivo: se esso è composto di rappresentazioni lesive della dignità e del valore della donna o del suo ruolo nella società, allora esse diventano il veicolo per la minimizzazione e giustificazione della violenza, della discriminazione, della marginalizzazione femminile nella società. E’ ormai riconosciuta a livello nazionale l’importanza di vigilare rispetto a tali tematiche e molte cose stanno cambiando in questo senso. Poiché il Comune di Pistoia ha aderito alla campagna “Città libere dalla pubblicità offensiva” promossa dall’UDI (Unione Donne in Italia) e la giunta pistoiese si è formalmente impegnata a far sì che tutte le iniziative di comunicazione istituzionale, la valutazione dei patrocini, e più in generale i progetti che vedono il coinvolgimento del Comune siano ispirate ai criteri di rispetto delle pari opportunità e di corretta rappresentazione dell’identità di genere, chiediamo spiegazioni e attendiamo una vostra risposta.
Cordiali saluti
Rete 13febbraio Pistoia
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GENERE E INTERCULTURA

12829431_10208740141564637_2729362389306295157_oNodi da districare. Nuove prospettive femministe.
Una proposta di ricerca della Rete 13 febbraio di Pistoia

Rispettare le culture altre significa accettarle acriticamente?  La tolleranza laica nei confronti delle religioni comporta anche tollerare l’oppressione femminile giustificata da dogmi religiosi?  E l’unica alternativa alla tolleranza acritica sarebbe forse il famoso “scontro di civiltà”, basato sulla convinzione che le culture e le religioni siano essenze perenni e immutabili?  L’approccio multiculturalista adottato in alcuni paesi di arrivo delle migrazioni favorisce la nascita e la permanenza di isole sociali chiuse in cui le donne immigrate vengono oppresse e maltrattate?  Esso contribuisce a marginalizzare le voci laiche e democratiche provenienti dal mondo islamico e da altrove?  La critica femminista contro il dominio patriarcale presente nelle comunità immigrate e nei paesi di partenza dell’immigrazione ci conduce senza scampo a una nuova forma di razzismo?  L’istanza femminista dell’autodeterminazione femminile su scala globale equivale a una pretesa neo-colonizzatrice di stampo liberista?  Pretendiamo che gli altri siano liberi a modo nostro?  Come decostruire gli arroccamenti identitari – nazionali, culturali, religiosi, di genere?  Come si coniuga l’universalismo dei diritti e delle aspirazioni umane con le specificità culturali locali?

Domande come queste si affollano nella nostra riflessione e chiedono risposte, dunque la Rete 13 febbraio decide di promuovere un percorso di ricerca che indaghi le nuove e le vecchie forme del dominio patriarcale nel contesto delle migrazioni globali; un percorso che contribuisca a costruire nuove prospettive di politica femminista, all’altezza delle sfide contemporanee.

Dopo le violenze di Capodanno a Colonia e in altre città d’Europa, abbiamo dovuto sopportare lo spettacolo ridicolo e fastidioso offerto da personaggi che, mentre giustificano e perpetuano una mentalità maschilista e retriva, si ergono a difensori delle libertà conquistate dalle donne in Europa, «le nostre donne». Ma “nostro”, “noi”, chi? – viene da chiedersi – e “loro” chi sarebbero? Le stesse persone che nelle scuole mettono in atto una reazione furibonda contro l’educazione alle differenze, la critica ai ruoli sessuali stereotipati, la laicità della scuola pubblica, pretendono di dare lezioni di democrazia e apertura mentale agli immigrati di religione musulmana. La destra bigotta e reazionaria, che con ogni mezzo si oppone al riconoscimento delle unioni civili, si presenta come difensora delle libertà individuali, le quali notoriamente si sviluppano nella storia di pari passo con i processi di laicizzazione delle società. Non funziona. Decisamente no.

È dunque necessario sgombrare il campo dalle narrazioni tossiche che ci vogliono tutte e tutti – “noi” gli occidentali civili e “loro” i barbari – irreggimentati e appiattiti nelle appartenenze false e nelle identità forzate. Praticare la differenza come metodo del pensiero e dell’azione politica significa respingere tutte le false generalizzazioni. Pensare per differenze significa osservare attentamente le differenze che attraversano le società e apprezzare i conflitti vitali che le agitano. Così dunque per noi della Rete 13 febbraio è prioritario e vitale confrontarci con le culture laiche e democratiche provenienti dai paesi a maggioranza musulmana e anche da altri paesi e culture. Perché se è vero che il patriarcato con la sua violenza è presente in tutte le culture, a partire dalla nostra liberale e cristiana, è altrettanto vero che sotto ogni cielo e in ogni forma esso viene messo in discussione da donne che lottano per espandere i loro spazi di libertà.

Detto altrimenti: la diversità della condizione femminile nei vari paesi non è dovuta all’essenza più o meno benevola oppure più o meno totalitaria e oppressiva delle diverse mentalità e culture, ma alle conquiste di libertà che le donne hanno potuto imporre nei diversi contesti. Le loro libertà le donne le devono solo a se stesse: su questa strada è necessario procedere.

RELATRICI:
Serena Fiorletta, antropologa culturale, specializzata in migrazioni e questioni di genere da una prospettiva di studi postcoloniali
http://www.iaphitalia.org/author/serena-fiorletta/
Alessandra Chiricosta, filosofa, storica delle religioni specializzata in culture del Sudest asiatico continentale dell’Asia Orientale.
http://www.iaphitalia.org/author/alessandra-chiricosta/

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Ogni nome Una vita

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Ashley, Rosa, Annamaria, Anna, Lidia, Nadia, Nelly, Beata, Rached, Bonaria, Marinella, Carla: queste le donne vittime della violenza di genere dal 1°gennaio ad oggi. Forse queste donne giravano armate per le vie delle nostre città, minacciando la vita di qualcuno e sono cadute in un conflitto a fuoco? Forse hanno scelto di immolarsi per qualche insana causa, rinunciando alla loro vita, ai loro affetti, al loro futuro?

No.

Queste donne sono state uccise in quanto donne e in quanto donne che hanno sperato e poi deciso di uscire da una relazione pericolosa, riprendendosi in mano la loro vita, in autonomia. Ma al nostro genere non è ancora riconosciuta la libertà, spesso assai sofferta, di chiudere un rapporto, restituendo a ciascuno-a la possibilità di ricostruirsi una vita che sia basata sull’amore nella coppia e con il figli.

In una società dove dell’individualismo si è fatta quasi una nuova religione, c’è una libertà non prevista e quindi inquietante e minacciosa, quella femminile, che scardina i ruoli e non fa trovare le donne là dove ci aspetteremmo che fossero.

Da anni, da decenni, continuiamo a ripetere che gli uomini che uccidono le donne non sono mostri, nè innamorati pazzi, né extraterrestri, né stranieri a noi ma vivono fra noi, nelle nostre case, portatori di un’idea proprietaria del corpo femminile, del corpo delle “loro” donne che però talvolta hanno la colpa di voler decidere. Abbiamo purtroppo verificato che neppure leggi più dure sono riuscite a rendere meno pericolosa la nostra vita; neppure le denunce delle donne le hanno spesso salvate, se è vero che nel 2013 ben il 51% delle donne future vittime di omicidi aveva segnalato o denunciato alle Istituzioni le violenze subite.

Dunque c’è una responsabilità collettiva, culturale di cui, oltre alle donne che, per salvarsi, dovrebbero imparare a leggere in tempo i segnali della violenza, dovrebbero farsi carico soprattutto gli uomini, mettendo in discussione un’idea di relazioni private, così come pubbliche e sociali, basate sulla forza. Sono decenni che li chiamiamo a questo grande compito di civiltà, in modo da creare società in cui chi rompe questo patto sociale di rispetto dei generi trovi non indifferenza, non un momentaneo rifiuto ben presto dimenticato ma una sanzione non solo penale ma che lo faccia sentire fuori dalla comunità e dal tempo in cui vive.

E’ troppo sperare questo?

​E’ troppo chiedere alle Autorità competenti in ogni territorio di ascoltare con attenzione le donne che denunciano molestie e violenze, garantendone anche la sicurezza? ​

E’ troppo chiedere anche alla​ politica che svolga il suo ruolo nella costruzione di una società dove le donne, oltre a condividere con gli uomini tutte le precarietà del mondo attuale, non debbano anche vivere come un incubo i luoghi della loro intimità?

Rete 13 febbraio Pistoia

 

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