Il razzismo e il sessismo del buon senso

4304.0.626555398-kjQC-U43320155221499WQG-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443 (1) La pesante dichiarazione rilasciata dalla presidente della regione Friuli- Venezia Giulia, Debora Serracchiani, per commentare il drammatico tentativo di stupro subito da una ragazza, offre vari livelli di lettura tutti ugualmente avvilenti.

A uno sguardo razionale risulta quasi prodigioso come una sola frase abbia potuto dipingere perfettamente le aberrazioni sociali e culturali con le quali ci troviamo a lottare in questi anni.

«La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese».

Da dove cominciare?

Per esempio dall’idea che i diritti umani- in questo caso il diritto alla vita per chi fugge da fame o da guerre in cui il nostro occidente ha responsabilità storicamente accertate- siano un dono graziosamente elargito dal sovrano a chi di questi diritti non è naturalmente detentore perché, a conti fatti, non è considerato ugualmente umano. Non diritti quindi ma concessioni immediatamente revocabili nel caso in cui il buon selvaggio si riveli non adeguatamente buono.

Il paternalismo insito in una simile posizione è alla base della considerazione che viene fatta sull’abuso: la donna violata lo è maggiormente se lo stupratore è straniero e ospite, inoltre il suo corpo abusato viene collettivizzato, a mo’ d’esempio, dalla società d’appartenenza e dalla sua morale.

Possiamo stilare una classifica dell’orrore riguardo allo stupro? Quello compiuto da un padre contro una figlia in quale posizione si trova? E da un marito contro una moglie? Da un collega contro una collega? La presidente Serracchiani è in grado di riconoscere quali patti sociali vengono infranti in questi casi?

E quando gli stupratori sono gli italiani che accolgono e a essere stuprate sono le donne ospiti, che fine fa il patto d’accoglienza?

Le parole di Debora Serracchiani hanno offerto l’occasione per un gioco macabro adatto a un paese che non ha ancora interiorizzato cosa sia lo stupro: un crimine contro il diritto all’inviolabilità del proprio corpo e contro la persona. Fornire a questo reato un’aggravante di tipo etnico sottintende che possano esistere delle attenuanti verso stupratori della medesima etnia.

Sono passati giorni da quella dichiarazione e l’unico effetto che ha avuto è stato quello di perpetuare il binomio di migrante-stupratore/delinquente.

Invece di ammettere l’errore e fare un passo indietro, la presidente Serracchiani ha ribadito le sue ragioni sostenendo, come è ormai uso cattivo e diffuso, che l’errore non è suo ma degli altri che non capiscono. La sua era solo, come ha scritto sulla sua pagina Facebook, “una cosa di buon senso”.

Certo deve essersi sentita rassicurata nelle sue posizioni dal sostegno ricevuto, sia a destra che a sinistra. C’è persino chi per lei ha scomodato Dante, ricordando che i traditori dei benefattori trovano posto nell’ultimo cerchio dell’inferno. Subito dopo i traditori degli ospiti, peraltro.

 

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