Ogni nome Una vita

to do

 

 

Ashley, Rosa, Annamaria, Anna, Lidia, Nadia, Nelly, Beata, Rached, Bonaria, Marinella, Carla: queste le donne vittime della violenza di genere dal 1°gennaio ad oggi. Forse queste donne giravano armate per le vie delle nostre città, minacciando la vita di qualcuno e sono cadute in un conflitto a fuoco? Forse hanno scelto di immolarsi per qualche insana causa, rinunciando alla loro vita, ai loro affetti, al loro futuro?

No.

Queste donne sono state uccise in quanto donne e in quanto donne che hanno sperato e poi deciso di uscire da una relazione pericolosa, riprendendosi in mano la loro vita, in autonomia. Ma al nostro genere non è ancora riconosciuta la libertà, spesso assai sofferta, di chiudere un rapporto, restituendo a ciascuno-a la possibilità di ricostruirsi una vita che sia basata sull’amore nella coppia e con il figli.

In una società dove dell’individualismo si è fatta quasi una nuova religione, c’è una libertà non prevista e quindi inquietante e minacciosa, quella femminile, che scardina i ruoli e non fa trovare le donne là dove ci aspetteremmo che fossero.

Da anni, da decenni, continuiamo a ripetere che gli uomini che uccidono le donne non sono mostri, nè innamorati pazzi, né extraterrestri, né stranieri a noi ma vivono fra noi, nelle nostre case, portatori di un’idea proprietaria del corpo femminile, del corpo delle “loro” donne che però talvolta hanno la colpa di voler decidere. Abbiamo purtroppo verificato che neppure leggi più dure sono riuscite a rendere meno pericolosa la nostra vita; neppure le denunce delle donne le hanno spesso salvate, se è vero che nel 2013 ben il 51% delle donne future vittime di omicidi aveva segnalato o denunciato alle Istituzioni le violenze subite.

Dunque c’è una responsabilità collettiva, culturale di cui, oltre alle donne che, per salvarsi, dovrebbero imparare a leggere in tempo i segnali della violenza, dovrebbero farsi carico soprattutto gli uomini, mettendo in discussione un’idea di relazioni private, così come pubbliche e sociali, basate sulla forza. Sono decenni che li chiamiamo a questo grande compito di civiltà, in modo da creare società in cui chi rompe questo patto sociale di rispetto dei generi trovi non indifferenza, non un momentaneo rifiuto ben presto dimenticato ma una sanzione non solo penale ma che lo faccia sentire fuori dalla comunità e dal tempo in cui vive.

E’ troppo sperare questo?

​E’ troppo chiedere alle Autorità competenti in ogni territorio di ascoltare con attenzione le donne che denunciano molestie e violenze, garantendone anche la sicurezza? ​

E’ troppo chiedere anche alla​ politica che svolga il suo ruolo nella costruzione di una società dove le donne, oltre a condividere con gli uomini tutte le precarietà del mondo attuale, non debbano anche vivere come un incubo i luoghi della loro intimità?

Rete 13 febbraio Pistoia

 

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