CONFERENZA MONDIALE DELLE DONNE PECHINO 20 ANNI DOPO

TAVOLO DONNE E SPORT
RELATRICE: Antonella Cotti

Lo sport è un diritto che si acquisisce dalla nascita, appartiene a tutti gli esseri umani; ci dice Anita De Frantzmembro del comitato olimpico internazionale

In Italia le donne che praticano attività fisico motoria sono il 24%, gli uomini il 37%, madai 45 ai 54 anni questa forbice si assottiglia; la percentuale delle tesserate donne è del 24% e dei tesserati uomini del 76%.

Già da questi dati si comprende come la presenza femminile nel mondo dello sport,fortemente connotato al maschile,rappresenti ancora un gap.

Così come è ancora grave la disparità nella presenza delle donne in ruoli, posizioni di vertice e leadership all’interno di enti federazioni e società sportive.

Attualmente, dice UISP, il 17% dei dirigenti del COMITATO OLIMPICO INTERNAZIONALE sono donne, la media percentuale di presenza femminile nella direzione di 70 federazioni sportive internazionali, è meno del 10%; di queste federazioni il

29% non ha neanche una donna nell’esecutivo, sono solo 5 le federazioni che hanno una presidente donna.

Lo sport muove un giro di affari di oltre 2 miliardi l’anno e si capisce da queste cifre il potere che c’è dietro e sopratutto come, chi lo detiene, lo tenga bene stretto.

La Carta Europea dei diritti delle donne nello sport del 1985 è rimasta inascoltata e disattesa.

Sembrano passati secoli quando Pier De Coubertin nel 1896, pensò i giochi olimpici solo in funzione di competizioni maschili affidandoalla figura maschile solo il ruolo di portatrice della corona del vincitore, sarà solo nel 1900 la prima Olimpiade aperta alle donne ; l’ Italia manda la sua prima atleta ad Anversa nel 1920, la tennista Rosetta Gagliardi.

Tra il 1980 e il 2010 si è passati fortunatamente da una presenza femminile ai giochi del 15% ,a quasi il 50%, tant’è che nel 2003 c’è stato, come ricordava il famoso giornalista Candido Cannavò, un sorpasso di qualità delle donne nello sport, sorpasso che non si è verificato in altro settore.

Mi piacerebbe raccontare e sopratutto che fosse raccontata alle giovani generazioni, la storia sportiva delle tante donne pioniere di diverse discipline, sconosciute ai più e che hanno lottato contro pregiudizi, difficoltà, ambiente sfavorevole per seguire la loro vocazione.

Penso alla prima ciclista, Alfonsina Strada che negli anni 20 si confrontava con i ciclisti uomini anche al giro d’Italia; alla prima motociclista donna, Vittorina Sambri, osteggiata perchè osava gareggiare nei velodromi con gli uomini; o alla prima pioniera dell’alpinismo femminile, Mary Gennaro Varale.

Ma oggi le donne subiscono ancora disuguaglianze e discriminazioni, i media infatti, non danno visibilità alle competizioni femminili, oscurandone così la crescita della partecipazione e dell’incoraggiamento; dalle discipline più frequentate (il calcio) a quelle meno rappresentate e conosciute (il chilometro lanciato), le donne lottano per farsi riconoscere stentano a trovare sponsor, non vengono prese in considerazione, le televisioni e le cronache ne parlano solo quando ottengono risultati a livello internazionale o mondiale; è recente la vittoria delle due tenniste italiane Pennetta e Vinci la cui finale non è stata trasmessa dalla TV di stato ed il quasi assoluto silenzio sui campionati mondiali di calcio femminile; delle nostre nazionali femminili di calcio rugby, pallavolo non si parla mai se non quando affrontano competizioni internazionali.

Ma c’è un altro profondo discrimine: nessuna donna che pratica sport a livello agonistico è infatti considerata professionista a causa di una legge datata 1981 n° 91, che di fatto impedisce loro di diventare atlete di professione e quindi vedersi riconosciuti diritti e tutele spettanti. C’è poi un altro aspetto, non meno importante che determina disuguaglianze verso quelle donne che praticano sport “da maschi” ; ed allora….cos’è da maschio e cos’è da femmina e sopratutto chi lo decide? Certo non quel moralismo bigotto né quegli stereotipi culturali ancora molto presenti e penso alle esternazioni inaccettabili di Belloli, o aluoghi comuni che fanno dire che una donna se fa calcio è sicuramente lesbica ed un uomo che fa danza è sicuramente gay.

Oggi ci sono tante sportive che ogni giorno lottano contro stereotipi; l’Italia è il paese dei luoghi comuni che sopratutto quando riguardano le donne sono più duri a morire; sono tante le donne che affrontano a testa alta lo squadrone dei tabù. Penso a Martina Rosucci N° 10 della nazionale di calcio, alfiera di una generazione che , palla al piede e testa alta, sogna di lasciarsi alle spalle quelle tonnellate di pregiudizi che zavorrano le ragazze in pantaloncini e parastinchi; penso a Michela Cerruti che con forza di volontà, fegato e passione si mette al volante contro gli uomini;penso a Dorothea Wierer che con sci ai piedi e fucile a tracolla ha conquistato la medaglia di bronzo a Sochi nel Biathlon; penso a Marzia Davide prima donna tesserata pugile; penso a Petra Zublasing che nel tiro a segno con carabina ha fatto il record del mondo migliore di quello maschile; penso a Valentina Greggio che toccando i 202,576 kmh in discesa lanciata, percorre 20 km scendendo sotto il muro dell’ 1,27 ;penso Sara Cardin, karatecha che ha vinto nel 2014 l’oro nel mondiale di Karaté.

Sono tutte sportive che hanno sfidato quei limiti che invece, a noi donne hanno insegnato ad accettare come destino naturale.

E per ultimo, prima di giungere alle proposte concrete, vorrei accennare stigmatizzandolo, al binomio bellezza salute, noi riteniamo essere dannoso affermare che a un determinato stato di salute corrisponda un certo aspetto; quando oggi un adolescente si accosta al mondo del fitness, si scontra sempre con icone perfette e bellissime cui dover assomigliare,si innesca però la solita pressione sull’aspetto fisico sull’immagine di corpi conformi a canoni di perfezione irraggiungibili.

Studi scientifici affermano come una serie di pudori e paure legate al dover mostrare il proprio corpo “imperfetto” rispetto ai canoni, siano la causa di un abbandono precoce delle donne al fare sport; è dimostrato ancora che esiste un senso di depressione per non ritenersi all’altezza di un ideale estetico imposto.

Servono dunque politiche sociali volte ad incoraggiare e favorire la partecipazione delle donne alle attività fisico sportive per dimostrare che il giudizio è una barriera che può essere superata, politiche che educhino, sia alla scelta consapevole e responsabile del proprio percorso sportivo da intraprendere sia al rifiuto di essere come gli altri ci vogliono.

Ed ora chiediamo con forza e determinazione:

  •  inserimento negli Organigramma delle federazioni sportive nazionali (compresa FIGC di donne ) con incarichi dirigenziali strategici sopratutto nel settore giovanile scolastico, settore dove deve essere obbligatoria la figura del/della laureato/a in SCIENZE MOTORIE.
  • Il CONI deve occuparsi solo della formazione di tecnici professionisti e delle manifestazioni sportive.
  •  Modifica della legge 23 marzo 1981 N° 91 per la quale in Italia nessuna disciplina sportiva femminile è qualificata come professionistica, con ricadute in termini di assenza di tutele sanitarie, assicurative previdenziali, nonché trattamenti salariali adeguati all’attività svolta.
  •  Sia nella lega Nazionale Dilettanti che nei Professionisti dovrebbe essere obbligatoria la sezione femminile per tutte le società iscritte, sezioni femminili a partire dai settori giovanili fino ad arrivare alle prime squadre.
  • Abolizione del trasferimento del contributo annuale destinato dallo stato,attraverso il M.E.F al CONI (l’anno 2014 407milioni di euro più la quota PREU derivante dai giochi pubblici di 7 milioni e 400mila euro ) e destinare queste somme,attraverso il Ministero dello Sport, alla promozione dello sport nella scuola pubblica ed all’assunzione di laureati in scienze motorie con cattedre definitive e non come avviene ora, a progetto in collaborazione con il CONI.
  •  Campagne di sensibilizzazione e promozione della pratica sportiva femminile in tutti gli sport creazione di squadre femminili in tutte le società sportive di qualsiasi disciplina.
  • Destinare incentivi economici a campagne di promozione delle pratiche sportive non sessiste ma a misura di donna,quale strumento di inclusione invece che di esclusione.
  •  Il ministero dello sport e delle pari opportunità deve essere indipendente e non una delega
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