Riflessioni sull’incontro-dibattito “Il buon medico non obietta”

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L’incontro con il prof. Carlo Flamigni riguardava un problema ben preciso legato all’attuazione della legge 194/78. Le domande che venivano poste ai relatori erano le seguenti:
– quali sono gli effetti sulla salute delle donne e sui medici non obiettori della crescente presenza nelle strutture ospedaliere di medici e operatori sanitari obiettori?
– quali misure specifiche devono essere prese per garantire, alle donne che ne fanno richiesta, l’attuazione della legge 194?

L’incontro non intendeva riprendere il dibattito fra favorevoli e contrari alla libera scelta delle donne, ma verificare – a partire dal nostro territorio – “lo stato delle cose” e  la possibilità reale di attuare la legge senza accrescere i rischi per la donna.

Le relazioni del prof. Flamigni e della ostetrica Maria Cangioli sono state puntuali e documentate e naturalmente hanno fatto anche riferimento ad un dibattito che non si è mai spento, in questi 35 anni,  sulla disciplina dell’obiezione di coscienza nell’ambito della sanità.
Una delle domande che si ponevano era: se fino al ’78 chi sceglieva di fare il-la ginecologo/a sapeva che tra i diritti della paziente non c’era quello dell’aborto, dopo quella data è ancora ammissibile che il diritto all’obiezione del medico vanifichi od ostacoli il diritto alla salute della paziente?
E trattandosi comunque di un’obiezione della persona e non della struttura, la scelta della donna deve trovare una risposta adeguata.
La nobile storia dell’obiezione di coscienza, a partire da quella alla leva militare obbligatoria, viene usata in maniera surrettizia, dimenticando che in quel caso si trattava di una lotta contro una misura costrittiva, il che non vale per la scelta di una specializzazione medica.

Questo era il tema della serata e non quello di entrare nel merito delle singole scelte delle donne. Né una legge né la mancanza di una legge hanno mai condizionato le decisioni delle donne riguardo alla scelta di essere o non essere madre. Ma è della salute delle donne che si sta parlando.
Le donne abortivano nei modi crudeli che tutte/i conosciamo e gli uomini lo sapevano, ma ciò che oggi è insostenibile è la presa di parola femminile nel dichiarare che sempre e comunque la decisione finale è sua: la donna ascolterà, chiederà aiuto, farà tutto quello che si sente di fare, ma infine sarà lei a dire sì o no a quella nascita.
Il discorso era politico e dietro c’era il trentennale dibattito sull’esperienza intima della maternità e su come le donne hanno ripensato se stesse in relazione appunto alla maternità.

All’incontro erano presenti anche alcuni uomini, due dei quali hanno spostato il piano del discorso sul perché, secondo loro, le donne arrivano all’aborto senza tener conto che quei figli non desiderati potrebbero trovare accoglienza in altre famiglie, quelle sì generose e non egoiste; sopprimendo secondo loro bambini, sì bambini, così dicevano, che potrebbero invece trovare accoglienza in famiglie affidatarie. A Firenze, ha detto uno degli uomini, ci sono circa 20 famiglie disponibili, ma non ci sono bambini che possano essere loro affidati!
Si è così assistito alla semplificazione e contemporanea radicalizzazione di temi, quali la gravidanza e la nascita, il rapporto tra salute della donna e medicina-medicalizzazione (legge 194, RU486, legge 40), la relazione tra la vita e il sì della madre: temi sulla cui complessità le donne hanno accumulato una sapienza ed una competenza da cui difficilmente – le donne – possono prescindere.

Comunque la serata è stata interessante anche perché è servita per ribadire che la scelta della donna va sempre rispettata e non imposta, sia per il sì che per il no,come del resto la legge 194 prevede.

 Rete 13 Febbraio Pistoia

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Una risposta a Riflessioni sull’incontro-dibattito “Il buon medico non obietta”

  1. roberta scoti ha detto:

    Una serata che avrebbe potuto essere solo interessante, e che invece è stata malamente disturbata da chi, in mala fede e provocatoriamente, è prima intervenuto durante il dibattito, e poi ha scritto un pessimo articolo, infarcito di pessime motivazioni, e soprattutto di cattive informazioni.
    L’argomento della serata era l’alto numero di Medici Ginecologi (e non medici abortisti o non abortisti) obiettori. Si tratta di medici che per oltre 10 anni studiano all’Università per poter diventare Ginecologi, ben sapendo che – fra gli altri compiti – avranno anche quello di procedere agli aborti, nel rispetto di una legge dello stato, e a tutela della salute delle donne. Se ritengono di non condividere tale pratica, possono cambiare specializzazione molto prima di diventare Ginecologi.
    E invece, gli antiabortisti presenti all’incontro, hanno come sempre tentato di spostare il centro dell’attenzione sul tema aborto si/ aborto no, mentre l’argomento in discussione era la contrapposizione fra due diritti, riconosciuti dalla 194: quello della donna ad abortire in sicurezza, e quello del medico di essere obiettore.
    Non è neppure accettabile che gli antiabortisti si facciano portavoce della ferita psicologica della donna che abortisce, senza mai considerare la ferita psicologica della donna a cui si vorrebbe impedire di abortire, o le ferite psicologiche di figli non voluti o non amati. La soluzione che viene prospettata è quella di far nascere delle creature per poi affidarle a mani altrui, a quei famosi adulti antiabortisti che così possono dimostrare quanto sono buoni, bravi e altruisti.
    Che dire poi dell’ultima affermazione del giornalista, a proposito del “bambino mai nominato”? Semplicemente che, in quella serata, non di bambini si parlava, ma – caso mai – di embrioni.
    Ultima considerazione: se la posizione etica di un medico Ginecologo lo porta a fare obiezione di coscienza, non si capisce perché non rendere pubblico ed evidente a tutti, sul suo cartellino identificativo, la sua scelta. Da questo deriverebbe, nel rispetto invece dei medici che il loro lavoro scelgono di farlo completamente, la necessità di penalizzare gli obiettori in qualche modo, o dal punto di vista professionale (in termini di mancato avanzamento di carriera), o economico, o magari in entrambi i modi.

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